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Un mandato specifico, quello che nel cuore di Brescia, gli operatori coinvolti nel progetto comunitario I- Am – Integrazione, Autonomia, Mobilità”, finanziato dai fondi del FAMI, consegnano durante l’appuntamento finale che si è svolto in occasione della Biennale di Prossimità.

Sempre più chiaro è apparso il pensiero, nei diversi interventi, che serve lanciare uno sguardo nuovo ai progetti sociali ridisegnando la loro capacità di essere certamente strumenti, ma anche e soprattutto occasioni determinanti per aggregare e impattare la comunità.

Serve superare la logica del “progetto a termine” per lasciare spazio a processi sociali che si innescano e mettono in connessione Terzo Settore, Istituzioni, mondo produttivo. Perché se le comunità dialogano e cooperano, se si mette al centro il desiderio di condensare verso un percorso comune le diverse forze in campo, a beneficarne è l’intero territorio che si anima di energie nuove, di crescita positiva.

A dare valore al progetto non solo i numeri delle persone accolte, 70 complessive in un anno, ma la capacità di costruire un approccio unitario che nei territori di Brescia, Reggio Emilia e Padova è stato in grado di dare vita e forma a percorsi di inclusione lavorativa e di autonomia abitativa per giovani migranti, connettendoli alle comunità, accompagnandoli a formarsi, a studiare, a innamorarsi dei territori per restituire desideri nuovi.

«È necessario che le aziende facciano la loro parte – ha ricordato Giuseppe Bettoni, responsabile risorse umane Loxam Italia, presente all’evento -. Per farlo abbiamo bisogno di ripensare al nostro ruolo, rafforzando il dialogo con il Terzo Settore e di costruire insieme il giusto matching tra domanda e offerta. Questo significa chiederci in che modo le competenze delle persone escluse dal mercato possono diventare valore per l’azienda e non al contrario, come succede spesso».

Unanime il sentimento espresso da Mario Cipressi di Fondazione Mondinsieme, Margherita Quaranta e Loredana Flacco del Consorzio Solco di Brescia. Spesso gli interventi di inclusione, pur radicati in storie uniche, costruiscono al contempo un’occasione determinante per generare modelli replicabili e riproducibili anche in altri contesti. Al centro la necessità di rafforzare la mediazione tra operatori, persone, istituzioni, aziende e comunità in genere in un dialogo che può e deve essere sempre più bi-direzionale e che è capace di generare processi di sviluppo.

Ad animare il dialogo finale, l’intervento del prof. Valerio Corradi del Centro Iniziative e Ricerche sulle Migrazioni, che restituisce una fotografia, quella che unisce il binomio tra migranti e autonomia abitativa, spesso dalle tinte scure. Al disimpegno dello Stato, soltanto nel nostro Paese ci sono più di 5 milioni di immobili sfitti o disabitati, cresce sempre di più il fenomeno dello sfruttamento abitativo e del sovraffollamento che travolge i migranti costretti spesso a vivere in condizioni difficili.

«Abbiamo bisogno di lavorare a più livelli per costruire un nuovo welfare abitativo – ha aggiunto il prof. Corradi –. Serve che la politica torni a occuparsi del tema abitativo, mancano visioni, frammentarie le proposte e poco lungimiranti. La strada percorribile e praticabile è quella in cui le politiche abitative vengono rimesse al centro di ogni agenda, tema di dialogo e confronto, e lontane da qualsiasi forma di assistenzialismo. È un impegno che parte dalla politica ma coinvolge tutti, una voce corale da costruire per definire le linee d’intervento che generano benessere e sviluppo».

E quindi più mediazione e dialogo tra tutte le forze in campo, politiche abitative al centro e prioritarie in un Paese che guarda allo sviluppo e al futuro, ma anche proposte concrete. Questa la sintesi dello spazio di confronto organizzato dal progetto FAMI I.AM e moderato da Marcello Zane.

L’evento si è aperto con il racconto di due esperienze, quella di Mohamed e Mamadou Saliou, storie di successo – certo – ma anche storie di volti, di rinascita e di accenti e luce che fanno immaginare un futuro inclusivo possibile dove i diritti sono vestiti soltanto dai colori dell’accoglienza.

Tutto il senso del progetto e delle proposte che da qui in poi si costruiranno nelle parole di Mamadou Saliou. «Tutti gli esseri umani hanno bisogno di obiettivi, di strade da percorrere con entusiasmo e desiderio. Gli operatori mi hanno accolto come un bimbo accolto in un Villaggio. Cosa fa il Villaggio? Ascolta le persone che lo abitano, se ne prende cura, li accompagna a crescere e fiorire. Fami I.Am per me è stato questo, un Villaggio».

Il progetto è stato realizzato dalla cooperativa sociale Immobiliare Sociale Bresciana, ente capofila, con la collaborazione del Consorzio Nazionale Idee In Rete, delle cooperative sociali Gea, F.A.I Padova, Gruppo R e Sestante di Padova; l’Ovile, Winner Mestieri e Fondazione E35 di Reggio Emilia; Il Mosaico, Area e Infrastrutture Sociali di Brescia.